Ogni percorso è costruito in base alle esigenze della persona, con l’obiettivo di comprendere la situazione e favorire un cambiamento concreto e duraturo.
Come altre volte, partiamo dall’etimologia delle parole: perdono è un termine che si attesta nella nostra lingua nel medioevo, come trasformazione del latino condonare, ovvero regalare, rimettere, ma passando dal significato più propriamente materiale di concessione di un beneficio o comunque di un bene concreto, ad uno più spiccatamente morale, di remissione di una colpa.
Ma attenzione, la remissione non significa cancellazione (sì, anche, nel senso giuridico della parola, ma intesa come estinzione di una condanna o comunque annullamento di una sanzione), non vuol dire che il fatto che ha ingenerato una ferita, un torto subito, venga dimenticato, semmai che la conseguenza dell’ingiustizia subita, ovvero il desiderio di un risarcimento adeguato, della rabbia che proviamo fintanto che tale richiesta non sia soddisfatta, non ci condiziona più, non ci imprigiona come solo la voglia di vendetta contro chi ci ha fatto del male può fare.
Si dice non a caso che il perdono liberi più chi lo concede che chi lo riceve.
E qui veniamo al tema del perdonare sé stessi, atto in cui chi concede il perdono coincide con chi lo riceve, e dunque in qualche modo si libera doppiamente.
All’origine di tutte le relazioni tossiche, da parte di chi ne cade vittima, c’è sempre un’incapacità di amarsi, e di conseguenza di avere un corretto e sano senso di autostima, che viceversa, qualora fosse adeguatamente presente, consentirebbe di innalzare un’efficace barriera difensiva, che l’eventuale soggetto manipolatore che volesse prendere il controllo della vita del partner, attraverso i consueti metodi manipolatori, troverebbe invalicabile.
Eliminare l’odio verso di sé permette di amarsi, nonché di amare e di essere amati in modo sano dagli altri, non scivolando più nelle insidiose trappole di quell’autentica truffa esistenziale che è rappresentata dall’amore tossico.
Naturalmente si tratta di una scelta, anche dolorosa, fra odio e amore, fra Male e Bellezza: si tratta innanzitutto di riconoscere a sé stessi di non essere stati capaci fino a un dato momento della propria vita di tirare fuori il dolore ed elaborarlo e finalmente, attraverso un percorso di consapevolezza, giungere a quell’assoluzione che appunto ci libera da un peso enorme, da un vincolo che impedisce di godere appieno dell’esistenza e di realizzare il nostro autentico Sé.
Al contrario, conservare quell’odio verso sé stessi porta a dare sempre la colpa della propria infelicità a fattori esterni, alla sfortuna, che non ci ha mai fatto incontrare altri partner che non fossero dei predatori narcisisti.
Ma la scelta di riconciliarsi con sé stessi la possiamo fare solo noi, individualmente, certamente anche grazie all’aiuto di un terapeuta che sappia guidarci nel percorso, che può essere arduo e accidentato, volto a riprendere in mano il progetto esistenziale che da solo ci riporta ad essere autenticamente in sintonia con la nostra verità, coi nostri bisogni più intimi, coi nostri desideri e le nostre aspirazioni, che i rapporti con i soggetti patologici viceversa sistematicamente affossano e frustrano.
Finché, appunto, noi glielo permettiamo.
Un amore vero, sano, si riconosce dal fatto che non si sostanzia nel controllo, nella prevaricazione, nel desiderio di uno dei due partner di dominare l’altro, non è menzogna, soffocamento, aggressione, ma al contrario è libertà, che ci si riconosce reciprocamente, di essere sé stessi, è costruzione di un progetto comune basato sul rispetto e la comprensione dei tempi, dei ritmi, dei talenti e delle capacità di ciascuno.
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